La fredda pioggia di febbraio rigava i vetri delle finestre e scivolava sui sassi della spiaggia; un forte vento di libeccio soffiava da giorni, increspando il mare di mille onde bianche di schiuma. Era tardo pomeriggio: ormai la domenica era quasi passata e Alice stava seduta in poltrona, avvolta in una coperta di lana, tenendo tra le mani una tazza di cioccolata calda speziata, il cui aroma aveva riempito la sala, arredata con mobili pesanti e scuri.
La ragazza guardava dalla finestra la pioggia che cadeva senza sosta dalla sera precedente e l’infinito rincorrersi delle onde che a poco a poco divoravano la spiaggetta.
Qualche raro passante, ogni tanto, si fermava per osservare la libecciata e scattare velocemente una foto col telefonino, per poi rientrare a casa, al caldo e all’asciutto.
Staccando gli occhi dalla finestra e osservando la sala, Alice si era resa conto che nella stanza tutto raccontava della sua trascuratezza. I panni, stirati già da due giorni, erano ancora appoggiati sul divano, in attesa di essere riposti nell’armadio.
Un sottile velo di polvere ricopriva il televisore e sul tavolino c’era ancora la carta dei biscotti della colazione. E nel resto della casa, pensava Alice, le cose non andavano certo meglio. Nella sua camera il letto era sfatto, la scrivania ricoperta di libri, penne colorate e vecchie fotografie in bianco e nero: Alice bambina che spegne le candeline del suo secondo compleanno; la mamma sul lungomare, coi boccoli e il viso imbronciato; il papà nel giorno del matrimonio, con l’espressione seria e un po’ buffa degli sposi; il cugino, morto prima che lei nascesse, ritratto in occasione della Prima Comunione e ancora i nonni e poi tanti volti sconosciuti.
Un pupazzo rappresentante un grosso pinguino, caduto a terra la mattina, non era stato raccolto, un’anta dell’armadio era aperta e almeno due quadri avevano bisogno di essere raddrizzati.
La confusione regnava anche nella stanza da bagno, dove la vasca non era stata ancora ripulita e conservava residui di bagnoschiuma: l’asciugamano, usato per i capelli, era gettato a terra, accanto al flacone ormai vuoto di shampoo.
Andava un po’ meglio in cucina, perché dopo pranzo Alice aveva caricato la lavastoviglie, pulito il fornello e lavato per terra: uniche note stonate erano il barattolo di vetro in cui aveva messo il sugo avanzato, riproponendosi di metterlo in frigorifero appena si fosse raffreddato (ma che era rimasto sul tavolo) e il pentolino sporco di cioccolata sul mobile vicino al fornello.
C’erano tante cose da fare, aveva pensato la ragazza guardando la stella di Natale, che aveva evidente bisogno di essere ripulita dalle foglie morte.
Sospirando, Alice aveva appoggiato sul tavolo la tazza ormai vuota e aveva imbracciato la chitarra: i lavori di casa potevano aspettare.
Quel giorno lei aveva solo voglia di suonare e cantare a mezza voce, davanti alla finestra, guardando il mare e la pioggia, perché solo quello la faceva stare bene.
La libecciata continuava, implacabile: i passanti erano sempre meno numerosi, le luci nelle case si accendevano una dopo l’altra: dalle tende si potevano intravedere le famiglie riunite attorno alla tavola per la cena.
Alice, suonando e cantando, sentiva il suo cuore e la sua mente alleggerirsi: i pensieri negativi scomparivano, lasciando spazio a una nuova sensazione di pace e benessere, mettendo ordine nel groviglio delle sue emozioni.
