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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

Prigionieri del destino

di Martina Zuccarini

Questa volta Annabel è più “felice” del solito. È perché è salita sul 18, ma visto l’ingorgo avrebbe fatto meglio a scendere. Qualcuno vocifera di un piccolo incidente su corso Vittorio, per questo sono tutti rimasti bloccati in piazza Madama. C’è chi chiede di  far aprire le porte, lei invece si diverte a guardare fuori dal finestrino: osservare il tran tran torinese è uno dei suoi passatempi preferiti. Quando riesce a trovare posto sull’autobus spera sempre che il viaggio duri il più a lungo possibile, per prolungare quei momenti in cui è libera di  osservare gli altri, di sognare e di staccarsi da quella routine che la fa sentire prigioniera di uno spicchio di mondo che non le appartiene.

I tavolini del bar stanno iniziando a riempirsi, due ragazzi ridono a crepapelle, sorseggiando la loro frizzante bionda. Più a sinistra ecco i soliti accaniti clienti del kebabbaro che cercano di accaparrarsi un tavolino per stare più comodi. Sembra di scorgere anche qualche viso conosciuto… sì, laggiù c’è Xiao Cao. Sono in classe insieme, ma non sono amiche, si scambiano giusto qualche parola. La ragazzina corre in piazza insieme al fratellino, sembra contenta. E Annabel vorrebbe essere al suo posto di tanto in tanto.

Sul sedile davanti al suo una signora di mezza età si lamenta, vuole scendere dall’autobus pieno zeppo e proseguire a piedi. Fa troppo caldo e si suda. Inveisce contro qualcuno che è di troppo, contro chi, evidentemente, non ha neanche obliterato il biglietto. Lancia un'occhiata ad Annabel con sguardo seccato e un’espressione di sufficienza. E Annabel la guarda di rimando, poi si scruta le mani sudate e appiccicaticce. Sono di una calda carnagione brunita, in contrasto con quelle della donna seduta accanto a lei: dita bianchissime e affusolate, unghie lunghe, smaltate e perfette, una fede lucente all’anulare sinistro e un bracciale d’oro sul polso scarno. I suoi occhi nerissimi e tristi indugiano sul viso austero della donna, poi si spostano sulla camicetta bianca in chiffon di seta, la gonna scura perfettamente stirata e i tacchi altissimi. Il polso di Annabel invece è grassottello, le sue guance paffute e accaldate fanno da contorno ad un naso dalla punta troppo tondeggiante, due sopracciglia folte di un nero corvino ed un mento poco sporgente. Il collo tutt’altro che lungo è la punta più alta di un corpo pasciuto, dal seno ancora troppo poco sviluppato. Dalla camicetta bianca della donna invece, tra un bottone di madreperla e l’altro, si scorge un bel reggiseno di pizzo bianco. Più la guarda e più Annabel si sente in gabbia. Ma non nella stessa gabbia di cui sono ora prigionieri i nervosi passeggeri del 18, intendiamoci.

Annabel sposta di nuovo lo sguardo sulla piazza. Si sente un brusio provenire da un gruppo di ragazzi che hanno tutta l’aria di essere nordafricani. Scherzano, e il tono di voce è così alto da far voltare i passanti. Il più magro e slanciato piega la testa all’indietro, quel movimento involontario che si fa quando si ride di gusto. Spalanca la bocca che lascia intravedere una fila di denti dritti e splendenti. Sono denti gioiosi, così come i suoi occhi e le sue mani grandi. Più a lato una bimbetta dalla pelle scura corre lasciando ondeggiare al vento le sue treccine vivaci. Chiama la madre e sorride. Sorride con tutto il suo corpo, dalla punta dei piedini ai nastrini colorati dei capelli nerissimi, sorride con le ciglia lunghe, con la bocca grande, con la gonnellina a fiori. Sorride inconsapevole del mondo che la circonda, inconsapevole di cosa vuol dire essere  stranieri, di cosa vuol dire essere liberi o prigionieri, della differenza tra vivere e sopravvivere.

Annabel invece queste cose le sta imparando. Ha tredici anni, ma si è già posta queste domande. Si guarda le mani scure, le strofina contro i pantaloni di cotone. Si sente imprigionata da qualcuno che le dice chi può o non può frequentare, cosa può o non può fare, cosa può o non può sognare. Vorrebbe piangere, ma sa che molte persone fuori da quell’autobus penserebbero che lei non avrebbe il diritto di farlo. Osserva la donna elegante accanto a lei e si sente in trappola, guarda fuori dal finestrino e spera di poter sognare e fingere di sorridere ancora un po’, durante gli attimi liberi da preoccupazioni di cui può godere ora.

Ma l’autobus invece “finalmente” riparte. “Finalmente” per tutti quei passeggeri annoiati e spazientiti che lanciano un “Oh!” di sollievo. Per tutti tranne che per Annabel: per lei è terminato il momento migliore della giornata.

La donna elegante la guarda ed esclama: “Finalmente! Proprio oggi che l’automobile è dal meccanico dovevamo rimanere bloccate su questo aggeggio infernale!” La timida tredicenne abbozza un sorriso e continua ad ascoltare quella voce stridente. “Mi raccomando Annabel, cambiati in fretta non appena arriveremo! Io e tuo padre le paghiamo care quelle lezioni… altrimenti come farai a diventare la migliore?”