Che silenzio.
Guardo l’orologio, le sei e mezzo.
Mi appoggio allo schienale e mi rilasso.
Ho spedito questa e-mail, era l’ultima cosa da fare nella lista di oggi.
I corridoi sono deserti, è normale a quest’ora.
Fuori c’è un limpido tramonto di autunno, sulla collina di Torino.
Chiudo l’ufficio e me ne vado a casa.
No. Quante cose posso ancora fare. E da quanto le sto rimandando?
Però non adesso, non è il momento per faccende noiose.
E se dessi un’occhiata ai racconti di quel concorso di cui mi hanno parlato?
Avevo scritto l’indirizzo sull’agenda. Si, apro il browser.
Trovo i racconti finalisti, ma quanti sono? Non ce la faccio a leggerli tutti.
Ne scelgo uno a caso. Mica male.
Un altro, bello davvero, mi ha coinvolto. Non me l’aspettavo.
Guardo i nomi degli autori, non mi dicono niente.
Il prossimo. Mi sembra insipido, non era da finale.
Be’, ne salto qualcuno. Pagedown, pagedown… mi fermo.
Guardo subito l’autore, ma sono tutte donne?
Il cuore ha avuto un sobbalzo. Accidenti, ho preso la pastiglia stamattina?
Ho sentito una scossa nelle arterie, mi avvicino al video per vedere meglio.
Quel nome mi si riflette nelle pupille. Il cuore è stato più veloce degli occhi.
Mi appoggio di nuovo allo schienale. Possibile che sia lei?
E’ un nome particolare, quante ce ne saranno da queste parti?
Ma quanti anni sono passati, venti, cosa dico, trenta. Lei sarà ancora da queste parti?
Leggo il racconto e il cuore continua a correre.
E’ bello, un po’ triste. Mi sembra di vedere le sue dita sulla tastiera.
Ehi, mi si inumidiscono gli occhi. Mi scuoto, sono in ufficio!
Qualcuno potrebbe ancora entrare, non posso piangere qui.
Non ci si commuove, in ufficio.
L’ho letto tutto. Chiudo gli occhi.
C’è la solita coda pazzesca nell’antico chiostro di via Po. E’ mattina e c’è un bel sole.
Eccoci qui, tutti schiacciati nei jeans, capelli lunghi e basettoni, occhiali, sigarette, documenti, pronti per iscriverci al nuovo Anno Accademico.
Nei prossimi mesi saremo sparsi per le aule degli Atenei, da palazzo Campana a corso Massimo.
Ma adesso stiamo qui, ad annoiarci pestandoci le scarpe.
Lei si appoggia alla mia schiena e mi sbuffa sul collo. Poi mi sposta i capelli e mi sussurra in un orecchio “uffa”. Da quanto ci conosciamo? Solo qualche settimana, ma che importa. Da sempre.
Le stringo la mano. Guardo in alto, un quadrato di cielo azzurro e poi l’orologio.
Sono con lei. Non può esserci niente di meglio altrove.
Finisco di copiare questi orari e corro giù dallo scalone. Me l’hanno portata via le sue amiche cinque minuti fa, mi ha detto “dài, ti aspetto”. La vedo sul portone, mi viene incontro, mi stringe un braccio, è seria “mi sei mancato”.
Mi passo una mano sulla nuca. L’archivio della memoria ormai è spalancato, si stira come un orso in primavera. Chi se lo aspettava? Voglio restare qui tutta la notte.
E’ tardi e fa freddo in queste vecchie aule, sento la sua scarpa che mi scorre lentamente sulla gamba. Fisso atterrito il Prof che parla a pochi metri, penso “è la fine, siamo in prima fila”.
Penso “anch’io ti amo”. Per sempre.
Fuori sta piovendo. Quest’anno è pazzesco, è successo di tutto.
Sono morti due Papi, quando si é mai vista una cosa simile?
Lei sta leggendo le dispense “se mi accarezzi la schiena non riesco a continuare”.
Il suo profumo mi confonde mentre ascolto “domani mattina tocca a noi, siamo i primi due”.
Ho voglia di baciarla, le dico “fra un mese c’è un’altra sessione”.
Si volta, socchiude gli occhi e poi li getta nei miei.
Lei è dolce, lei è tutto. Aria per respirare, acqua per bere, luce da cancellare ogni ombra.
Ora è scomparso ogni confine.
Mi sono spogliato completamente, sono uno smilzo studentello, ieri ero un bambino, presto sarò un uomo. Sono solo, non parlo e mi sono tolto di dosso anche gli amici, le canzoni, i libri.
Nudo, scavo e scavo dentro di me, frugando. Sarò capace di trovare una chiave per qualunque porta? A che pagina sarà la soluzione di questo gioco?
Scavo, frugo fino in fondo e finalmente vedo questa luce azzurra, fluida, pura, la sfioro.
Non mi sorprende. La sua anima mi appartiene, la mia le appartiene. E’ così da quando esistono.
Da sempre, per sempre.
“Io sono arrivata, fra poco devo scendere”. Il bus corre nel caldo dell’autostrada.
Guardo dall’altra parte, fuori dal finestrino “lo so”. “Staremo per un po’ senza vederci”.
Non rispondo, lo stomaco mi si è stretto, penso “sei tu che hai voluto così”.
Lentamente si chiude nelle mie braccia “pensi che piangeremo, mentre ci salutiamo?”.
Guardo il mio orsetto di stoffa. Il vento ha portato via una manciata di stagioni, le nostre stagioni.
Tengo ancora gli occhi chiusi per un po’, aspetto che le arterie tornino alla normalità.
Leggermente agitato. Poco mosso. Calmo.
Penso al fiume, lungo le sponde del Valentino. Come il sangue, lui scorre notte e giorno.
Penso alle nostre strade, alle stazioni dove ogni rotaia abbandona la propria solitudine.
Penso a quante cose sappiamo solo io e lei.
Che silenzio.
E’ buio. L’automobile sarà rimasta sola, nel parcheggio.
Prendo le chiavi dal cassetto, mi alzo.
Guardo fuori, i suoi fanali mi fissano un po’ contrariati. Ora ricordo, dovevo farti il pieno.
Infilo la giacca, intanto un’idea mi si è insinuata nella testa. C’è un modo per sapere se è lei.
Devo aspettare domani, e conoscendomi non so se questa notte dormirò.
Chiudo l’ufficio e me ne vado a casa.
