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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

PUNTO C = CONTATTO

di rosa oliveto

Il treno è semivuoto. Sono arrivata presto alla stazione di Napoli.

Seduta c’è una suora. Ogni volta che parto c’è una suora nel mio vagone; ma dove vanno queste sorelle che si spostano in continuazione? Non lo saprò mai. Questa è sistemata al di là del corridoio centrale, distante da me!

Ho preso possesso del mio posto, accanto a un giovane di circa trent’anni. Di fronte a lui c’è la sua fidanzata, davanti a me un suo amico. Dall’altro lato del corridoio la compagna di quest’ultimo.

Mi rendo conto che la coppia divisa vorrebbe unirsi; questo sarebbe possibile se io accettasi di fare cambio.

Chiedo: “Andate a Milano?”. Mi rispondono in coro: “No, a Roma”.

“Allora no, non mi va di cambiare, per poi affrontare qualche discussione con chi salirà dopo di voi”.

Mi perdonano la schiettezza e sorridono. Menomale, non mi portano rancore!

Il ragazzo che mi è accanto ha occhi neri magnetici, un leggero pizzetto rasato a tratti, la maglia rossa, i pantaloni di tela beige, le scarpe da ginnastica e un piccolo marsupio.

La sua fidanzata è solare, porta gli occhiali, non ha un filo di trucco, è vestita in maniera poco appariscente, è graziosa e allegra.

Parlano tra di loro a voce bassa, mentre le loro mani si intrecciano e i visi si sfiorano allungando il corpo dai sedili,  ma guardano anche me ogni tanto: è come se chiedessero un approccio qualsiasi.

Ad un certo punto il ragazzo dice: “Sono ispirato, devo scrivere una poesia. Mi dai un pezzo di carta?”.

La ragazza esita, non gli crede; allora io cerco un foglio dalla mia cartelletta che ho sulle gambe.

“Lo vuoi con il rigo o senza?”chiedo.

“Fa lo stesso” risponde.

Scrive la poesia, poi la porge alla ragazza che la legge. Si cimenta poi lei nella composizione e gliela recita a bassa voce.

Non presto attenzione, volutamente cerco di non sentire perché è un momento così bello e intenso quello che stanno vivendo che non devo immischiarmi. Faccio un po’ di fatica a dimostrarmi non interessata.

“Lei scrive poesie?” – mi fa lui.

“Tutti scriviamo poesie – rispondo – il problema è che nessuno le legge”.

E’ il punto C = contatto.

Si stabilisce il contatto. Sono solo pochi minuti che il treno è partito… In effetti stiamo coprendo la distanza di duecento chilometri tra Napoli e Roma in pochi minuti, e invece sono passate due ore, ma la discussione è interessante, loro sono tenerissimi e io non mi sono mai trovata così a mio agio in un vagone ferroviario.

Lei è insegnante presso una scuola materna di Napoli. E’ venuta a sapere di aver vinto il concorso dopo cinque anni dalla sua indizione, quando oramai non aveva più speranze e si era decisa a sposarsi ed andare a vivere ad Acireale, visto che lui abitava lì, mentre lei era campana.

Arianna parla  del suo matrimonio che ha rimandato a non sa quando, dipende da un eventuale trasferimento, poi passa a raccontare di sé: si dedica al teatro... recita... E quando racconta di bambini e filastrocche i suoi occhi diventano due stelle del firmamento.

“Vorrei che al nostro matrimonio ci fossimo solo tu ed io, amore” – dice - Sarebbe bello far visita a tutti i parenti a viaggio di nozze concluso, perché il sacramento è degli sposi, anche se tutti quelli che ci amano sono importantissimi per noi”.

Lui l’adora, segue ogni sua parola come se fosse il verbo.

Le sussurra: “Tu sei brava, per come sei e per tutto quello che hai affrontato nella vita…io non sarò mai in grado di fare le cose che fai tu…”

Lei lo ammonisce: “ Non è vero… tu sei capace in altri campi”.

Io intervengo: “Possiamo fare quello che vogliamo, ognuno di noi può... al massimo c’impieghiamo più tempo e più fatica”.

Convengono che è così.

La discussione è viva, interrotta, ogni tanto, dal pianto di un neonato; partecipa anche l’altra coppia: sono in viaggio di nozze, diretti a Roma per poi andare in aeroporto per il Messico. Tutti e due  confessano di avere paura di volare; poi raccontano del loro matrimonio svolto due giorni prima e della funzione all’aperto, all’americana: l’altare era stato sistemato nel giardino della chiesa.

La suora smette di dedicarsi alle parole crociate e alla preghiera e segue la discussione. Ogni tanto sorride, ma non osa intervenire.

La descrizione del matrimonio, mi fa venire in mente il film “Fiori di cactus” che ho visto giorni addietro in televisione.

Lo sposo dice: “Faceva un caldo terribile sotto il sole di luglio, ma è stato bellissimo, un sogno” e intanto giocherella con la fede che ha al dito.

Io chiedo alla moglie: “Qualcuno degli invitati indossava il cappello?”.

“No – mi risponde – Io sì. Facevo finta di stare al polo per non sciogliermi”.

Il treno arriva nella stazione di Roma.

Ci salutiamo, più volte ci diamo la mano.

Dico ad Arianna: “Sposatevi, non perdete tempo, fate la vostra casa a Acireale: con il lavoro che hai riuscirai a chiedere dei permessi, senza contare i lunghi periodi di chiusura delle scuole, in attesa di un definitivo trasferimento”.

Il fidanzato mi guarda con gli occhi magnetici e ascolta: è come se volesse trattenere nella mente ogni parola di quella sconosciuta che ha diviso con lui due ore di vita.

Si allontanano, scendono e spariscono tra la folla.

Altra gente si appresta a salire, come sempre il vagone si riempie di nuovo; altri viaggiatori cercano il posto da loro prenotato.

Il treno riprende la sua corsa, io mi sento un po’ sola.