Espleto un controllo di gestione sui miei sentimenti e stappo, attraverso il cristallo povero della bottiglietta d’acqua, il mio malessere colpito dalla luce.
Evinrude, voglio andare via, a manetta. .
Quadri alle pareti assorbono le parole della mèntore pagata come un jux box venuta di lontano.
Schermo bianco non trovo parole nuove; slide passate come rasoio a tagliare fette di sapere condito da supponenza e date in pasto – inoculate a forza (manicomi minimi non chiusi dei nostri cervelli), parole buttate al vento, sparati soffioni fiori di tarassaco, inutili robot sconvolti, sgabuzzini dell’anima depredati.
Io guardo e scrivo, lei contenta pensa io prenda appunti di tutto il suo dire, di questa transumanza aliena pascolata di parole. Non voglio; sono costretta in questa scatola/tavolo.
Sorrido/sorride e il manichino sulla sedia che lei si è piazzata vicino perde, con la cravatta a righe, anche le ultime sembianze umane.
Visi si sfaldano nel tavolo, cesellati come da un pazzo ebanista.
Tutto è sospeso in penombra, la voglia di annegare dentro una cartellina diventata improvvisamente una voragine buia.
Prendere la prima astronave per arrivare su Marte spazzata dai venti o prendere il vecchio “19” come Sandokan un prahos e arrivare da Madonna di Campagna a Borgo Vittoria, con la stessa gioia di quando bambina “andavamo in centro” e poi tornavamo, tornavamo sempre al capolinea, con il mio piccolo vettore verde tra due sambuchi e una fontanella. Davvero era un tram chiamato desiderio.
Desiderio di tornare indietro, ora, di scappare e di tenere in mano quelle fette di sole.
Devo darmi un tono e recitare una parte, sperando che nessuno intuisca i miei pensieri che da un pezzo hanno lasciato questa segreta moderna tortura.
Improvvisa la mano prende a tracciare, su carta gialla, kilometri di disegni, scarabocchi/salvagenti tra me e il disagio gelido, la costrizione.
Si accede la luce d’avaria e monta la rabbia. Ribolle questo calderone.
Penso a veleni: boccette e boccette su boccette piene di liquidi densi o cristallini, oleosi verdi, ribollenti rossi, schiumosi gialli.
Cerco un veleno mortale e neppure troppo veloce (voglio assaporare un poco la sua agonia, la sua mimica facciale quando le parole non verranno e la sua incredibile perizia di moderna Sibilla si estinguerà in una polla di magma epidermico.
Cerco complici, nei visi attorno non ancora liquefatti; cerco altri apprendisti assassini che godano, anche solo nel pensare, una sua definitiva scomparsa.
Cofee break
Raccolgo i veleni della mia mente, li accantono, torno ad una me conosciuta dai più.
Esco dall’aula, prendo il caffè, spiaccico due parole con un collega che nota la mia brutta cera e mi chiede: “Non stai bene?”
No, non sto bene, non ho trovato nessun complice: tutti recitano la propria parte.
Inforco la porta del bagno, adempio e ci butto pure quel che resta di quello schifo di caffè.
Esco. C’è Vale sulla porta e mi chiede: “Hai trovato con cosa ammazzarla?”
