Era un settembre mite e ancora le ultime foglie, come in una maratona, tentavano con disperata determinazione di resistere al sottile vento; s’appigliavano alla vita che ormai le abbandonava con una tenacia incredibile.
Mi ero stupito di un tale fatto e involontariamente, senza pensare a ciò che facevo alzai un braccio e tolsi ad una di loro quell’agonia.
Continuai a camminare per il solito viale e, passo a passo, l’angoscia iniziò a crescere dove fino a poco prima solo l’ozio e il tedio vivevano comodamente adagiati: con quale diritto, per che motivo avevo tolto la speranza ad una foglia? Sì, una foglia in quel lontano settembre era più importante che la mia stessa persona. Lei lottava, combatteva una guerra, portava alta la speranza, era il vessillo della gioia del vivere, era il simbolo della futura rinascita ed io, senza alcuno scrupolo, le avevo tolto la possibilità di esserlo fino a quando lei certamente avrebbe quindi voluto restare, forse vincere e a librarsi a terra, morire e con serenità rinascere, tornando da lidi sconosciuti. Poi contrapposto al sentimento di travaglio subito nello spezzare quel sottile filo, fiumi di argomentazioni per togliermi di dosso le solite remore, che ogni giorno andavano aumentando nel mio animo, sempre più carico d’affanni e paure, d’angosce e apprensioni.
Opposto all’animo poi il comportamento era ogni volta più nevrotico; tutto era ogni volta più faticoso, ogni parola che esprimevo nella mente veniva catalogata e ragionata, ma dalle labbra mai e poi mai usciva una dizione ambita.
Tutte le emozioni giungevano confuse come un “puzzle” ancora da comporre e mente e cuore non possedevano “un direttore d’orchestra” per potere assestare questo fiume, perché ultimamente la più piccola sensazione veniva amplificata e dirottata ai sensi proprio come un fiume che si getta in un mare stagnante: vorrebbe sfogare la sua furia, ma non possiede scogli e non ci sono all’orizzonte spiagge per accoglierlo.
Era per me quello, un triste settembre e nel cuore avevo lasciato morire la speranza, non c’era un vero credo, non c’era la fiducia per il domani: solo rimpianti, confusione, paura.
Tutto ciò che era stato il futuribile era morto e non c’erano la volontà e la forza per costruirne un altro. Solo qualche quadro appeso nei recessi più bui dell’organo del sentimento rendevano il mio apparato meno squallido: immagini opache, offuscate dal tempo, una piccola necropoli sul filo delle scelte. Nel periodo delle maggiori decisioni già partivo sconfitto, tremante; non riuscivo a convincermi che potesse esistere un altro scopo, una via d’uscita: non credevo in quelle possibilità che alcuni, con insistenza facevano sfilare ai miei occhi, non mi sentivo vivo.
In un tale disfattismo proseguivo la vita d’ogni giorno e nulla, credo, veniva fatto intendere alle persone che costituivano il mio mondo.
Crudeli dubbi trafiggevano di continuo la mente e assillanti angosce premevano grevi l’imbocco a quel cuore già sì tanto oppresso.
– Madre perché hai vomitato questa mia inutile vita sul freddo inferno che è codesto mondo? – andavo chiedendomi senza però tentare di scrollarmi di dosso le mie ossessioni.
Passava il tempo e come nulla si trattasse proseguivo inerme la scalata, sempre vinto, ogni qualvolta vittima del mio stesso essere.
I mesi passano, i problemi restano ma da quel fatidico settembre nulla viene a modificarsi in me. Ero forse giovane, ma non credo che la causa di tali scompigli fosse la giovane età: in realtà mi sentivo stanco e stremato ancora prima di partecipare ad una sfida.
Aveva per me la vita perso ogni fascino. Tutto quello che ritenevo aggraziato o stimolante era lontano mille miglia dal mio mondo e sicuro di un fallimento non tentavo neppure d’avvicinarmi a ogni attrattiva che concerneva il gusto che dell’esistenza m’ero costruito.
Miserabilmente, come un automa, avvicinavo solo il nefasto contatto con il dolore e le privazioni, che giungevano con immancabile puntualità. Non vivevo se non per mascherare la mia presenza.
Ossequiato; sorridevo a volti da cui traevo ogni sensazione, ma mai lasciavo trasudare il mio vero io; la personalità che ostentavo agli occhi indiscreti della folla era solo una parvenza, una messinscena costruita solo a mio danno.
Da queste parole anche i lettori più attenti potrebbero accusarmi di vittimismo o più ingiustamente di masochismo, ma ciò che screditerebbe le loro tesi era la mia inconsapevole volontà di essere ciò che non ero.
Ero rispettato, elogiato, da alcuni addirittura ammirato, seppure chi troppo bene mi conosceva ed amava capiva l’incertezza di tale situazione; ma non potendo per cause loro avvicinarmi risultavano come soldatini in un plastico: figure immobili, ogni giorno più lontane.
