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Concorso 2009

Concorso Parole in Corsa GTT

PASSEGGERI SILENZIOSI NELL'OMBRA...

di Edoardo Arpaia

Quella sera di novembre finii di lavorare molto tardi. Lasciai l’ufficio e mi recai in strada. Era già buio e cadeva una pioggerellina sottile. Raggiunsi la fermata dell’autobus e vidi con piacere che il mezzo che mi avrebbe condotto finalmente a casa stava sopraggiungendo. La vettura, data l’ora,  ospitava pochi passeggeri, al pari di me stanchi od annoiati; nessuno aveva voglia di fare conversazione. Presi posto in prossimità delle porte d’accesso anteriori, da cui potevo osservare la strada, quasi che seguire il percorso potesse renderlo più breve. Dopo alcuni minuti di viaggio, notai un cambio di direzione che mi sorprese; eppure non avevo letto nulla in proposito... Attesi ancora ma, con preoccupazione, vidi che il mezzo continuava ad allontanarsi dall’abitato lungo una strada che non riconoscevo. Mi voltai in direzione degli altri passeggeri e vidi che anche loro si guardavano attorno perplessi e udii qualcuno sollevare dei dubbi sul percorso. Decisi di rivolgermi all’autista ed anche gli altri si avvicinarono. L’uomo sembrava concentrato e attento, ma quando gli rivolsi la parola non rispose, né voltò lo sguardo. Provai ad insistere, ma senza alcun risultato. Cosa stava succedendo? Presi in mano il cellulare con l’intenzione di chiamare le forze dell’ordine per segnalare che qualcosa di anomalo stava accadendo. Il telefono non aveva campo. Tentarono anche gli altri, ma i cellulari non davano segno di vita. Cominciammo ad innervosirci. Eravamo stanchi ed ora quell'imprevisto! Che intenzioni poteva avere quell'autista?
Sembrava ci fossimo addentrati in una stradina di campagna. L’autobus continuava a sobbalzare e attorno c'era solo più il buio.
Improvvisamente si spensero anche le luci sulla vettura e l’autobus si fermò. Eravamo circondati da un silenzio irreale e dall'oscurità più totale. Istintivamente prendemmo posto rimanendo vicini, in un’attesa sempre più ansiosa. Non saprei dire quanto tempo fosse passato; non avevamo alcun parametro per misurarlo. Poi le porte si aprirono e sentimmo distintamente un rumore di passi. Sembravano almeno in tre o quattro, ma non riuscivo a distinguerli. Sentivo una forte inquietudine assalirmi.  Chi erano e cosa volevano? Sentii la loro presenza accanto a me, vicino, troppo vicino. Poi si spostarono verso qualcun altro, ma qualcosa di freddo e viscido aveva sfiorato il mio braccio, qualcosa che non sapeva di umano. Quella perlustrazione mi sembrò eterna, poi nuovamente rumore di passi e le porte che si richiudono. L’autobus ripartì e dopo alcuni minuti si videro in lontananza le luci della città. Finalmente stavamo tornando indietro. Pensai che sarei sceso subito da quell’autobus appena giunti ad una fermata ed avrei preso un taxi. Non desideravo altro che tornare a casa, anche se mi premeva segnalare quanto accaduto. Mentre ero ancora sotto tensione e meditavo su come agire, le luci sull’autobus si riaccesero. Mi voltai istintivamente per cercare quelli che erano stati con me partecipi di quello strano fatto, per discutere, confrontarci, decidere come agire nei riguardi dell’autista, ma non c’era nessuno. Non era possibile: avevo notato almeno altre cinque persone. Eravamo vicini quando avevamo tentato di parlare con il conducente; avevamo preso i rispettivi cellulari nel tentativo di telefonare; c’eravamo tutti, fino a quando non si erano spente le luci. E se qualcuno li avesse portati via? Eravamo in prossimità di una fermata, ma decisi di non scendere e mi avvicinai all’autista per avere dei chiarimenti. Era molto diverso da prima. Era allegro, sorridente e, sentendo la mia presenza, si voltò subito, chiedendomi se avessi bisogno.
Gli chiesi spiegazioni sul perché avesse cambiato percorso. In modo concitato ripetei i fatti e chiesi notizie delle persone salite sul mezzo e soprattutto gli manifestai, allarmato, la mia preoccupazione per la scomparsa degli altri passeggeri. Il conducente mi lasciò parlare per un po’, quindi intervenne, dicendomi che non capiva il senso del mio discorso. L’autobus era in perfetto orario, grazie anche al poco traffico. Io ero stato l’unico a salire alla fermata precedente e non c’era nessun altro, poiché l’ultimo passeggero era sceso alcune fermate prima. Mi disse che magari mi ero semplicemente addormentato in quel breve tragitto e avevo sognato.
Dopo tutto quello stress mi sentivo umiliato. Potevo aver semplicemente sognato? In effetti eravamo solo ad una fermata di distanza da quella in cui ero salito e guardando l’orologio notai che erano passati solo pochi minuti rispetto all’orario in cui ero uscito da lavoro. E il cellulare? Perfettamente funzionante. Che stupido! Preso dalla stanchezza mi ero davvero addormentato. Che figura con l’autista…
Arrivai alla mia fermata. Era ora di scendere. Ma mentre affrontavo l’ultimo scalino, lo sguardo si soffermò su un oggetto scivolato sotto uno dei sedili: era il cellulare di una delle persona che si era avvicinato con me all’autista prima che le luci si spegnessero. Ne ero sicuro! L’avevo visto bene poiché, dopo il mio tentativo vano di telefonare, quel ragazzo mi aveva mostrato come anche il suo telefono non avesse campo. Feci per risalire, ma le porte si chiusero dietro di me e l’autobus si allontanò veloce, lasciandomi nel buio, carico di dubbi...